Mirabilia Naturae: contaminazioni, mito e metastoria. Il plurilinguismo performativo debutta a Milano

Mirabilia Naturae, neo creatura di ASGProduzioni, divisione Asian Studies Group specializzata in produzione e distribuzione artistica, è un dialogo in musica, immagini, gesti, parole e poesia fra Uomo e Mondo, attraverso una narrazione scenica ispirata da un marcato simbolismo ed eterogeneità di stili espressivi, tali da facilitare e valorizzare una chiave di lettura interculturale e sovrastorica.

Il debutto nazionale è fissato per stasera 13 Novembre ore 21 e in seconda replica domani allo Spazio Teatro Nohma di Via Orcagna diretto da Livia Pomodoro, che ha proposto alla giovane produzione diretta da Paolo Cacciato di contribuire con un prodotto innovativo per messa in scena e linguaggio performativo, alla realizzazione di un’opera in grado di introdurre il tema della stagione ufficiale 2019 / 2020 dal titolo Il Mondo Che Vorremmo.

L’occasione giunge dopo che alla stessa compagnia e regia è stato conferito per la produzione Fushikaden il prestigioso premio alla critica Teatro Nudo Teresa Pomodoro IX edizione.
Nello spettacolo, il concetto di Natura permea in una dimensione non solo iconografica nei termini di “creato”, ma è inoltre associata, in un rimando quasi osmotico, con la presenza umana tale da definire un dinamismo di interdipendenza, dove Mondo e Umanità sono espressioni di un’entità più alta.
Il dialogo si realizza a tratti come materia, a tratti come elementi o bisogni primari, a tratti ancora come emozioni e desideri, da quelli più nobili che evidenziano l’ingegno e la creatività, peculiarità dell’uomo, a quelli più oscuri che dall’entusiasmo per la scoperta e il progresso trascinano l’umanità in un vortice di devastazione fino a travalicare confini di armonia e di positiva convivenza. …”Neppure un uomo un altro ne risparmierà”.
La musica è narratrice indiscussa e da coprotagonista si inserisce, riprendendo l’ispirazione tolkeniana, quale coro “creatore” nel dare forma e ordine alla materia. La prima scena (Cosmogonia) è un tripudio di espressività fisica assunta a narrare la cosmogonia in chiave materica.
I quattro mondi narrati dalla musica composta da Riccardo Lovatto e performata live dall’autore insieme a Riccardo Ruggeri (voce), Alessandro Rossi (batteria), Jacopo Mazza (tastiera) vivono interazione armoniosa con l’interpretazione fisica e testuale di Michele Gorlero e di Nana Funabiki sotto la regia e sceneggiatura di Paolo Cacciato. (ricerca testi e aderenza storica di Federico Mocati)

Le scenografia testimoniano un legame affettivo e tematico con l’Oriente e coinvolgono opere di design premiate all’interno di un contest internazionale durante la Milano Design Week 2019 e che portano la firma di Mayumi Kuwayama.
L’acqua è uno dei simboli prediletti nell’interpretazione della creazione e presente nel mito babilonese dell’epopea di Gilgamesh, richiamato in scena come ispiratore, quasi sciamanico, di un dialogo emotivo fra due corpi sospesi e sospinti in una cornice di vetro / acqua nel rappresentare la violenza dello scontro, il desiderio di sopraffazione, la nascita di una vita, quadri d’esistenza che prediranno il destino dell’uomo.
La materia si fa cellula, e da qui nucleo, il cui tesoro identificativo di specie è dato dai cromosomi, essenza primaria. Li vediamo danzare in una sonorità monodica e crescente che anticipa la vorticosa riproduzione cellulare dell’evoluzionista Dawkins.
La volontà di raccogliere sia da Occidente che da Oriente sensibilità poetiche a sintesi contemplativa, conduce ad un dialogo fisico e interpretativo nel secondo mondo (Contemplazione) fra Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi e una selezione di Haiku di Issa e Buson dal Giappone. Due mondi che esprimono con lingue e tonalità diverse la meraviglia e l’entusiasmo per il dono ricevuto. Dalla contemplazione, qui resa in chiave pressoché universalistica e metastorica, l’uomo impara a dialogare con la Natura attraverso il lavoro e la fatica, in una prospettiva armoniosa e dinamica costruita su una coreografia gestuale ed espressiva che rimanda all’agricoltura prima vera e propria conquista dell’Umanità sul Creato, in una proiezione ancora pacifica e di amata interdipendenza.
Se la contemplazione lascia spazio all’osservazione, ecco che nella storia dell’Umanità questa è generatrice di interrogativi. Nel terzo quadro narrativo (Contaminazione), l’ennesimo risveglio è stavolta un fluttuare verso la comprensione del codice del Mondo. Il giardino sospeso cade e l’Umanità guarda oltre il colorismo e la percezione sensoriale. Ecco da qui il monologo di Pascal sulla tensione all’interpretazione del valore dei numeri a comprensione della Natura, interpretata come una serie di domande beffarde che aprono alla problematicità del rapporto fra Uomo e Assoluto. La risposta è messa in bocca ad un divertito Prometeo che dall’alba dei tempi ha consapevolmente giustificato il furto del fuoco come modello di civiltà.

Il salto temporale vede così un accostamento tematico fra ingegno e progresso nell’accezione all’entusiasmo neo-prometeico dei Futuristi. L’ego travalica l’osservazione e si spinge, con lo schiaffo e il pugno, in un’energia creativa e vigore senza precedenti nel dipingere su una nuova tela il destino della civiltà, intriso di velocità, ferro e macchinari a forgiare le nuove capitali europee. Per questa intuizione, la regia e la produzione hanno coinvolto il giovane artista Ryuichi Matsuoka direttamente da Giappone e rappresentato in Europa da Asian Studies Group, per una live performance di grande impatto emotivo e gestuale.
L’ultimo quadro (Prevaricazione) è travalicazione di ideali, sopraffazione di regole e armonia. L’umanità ruba dinamismo, velocità, colori ed entusiasmo dalle tele e ne fa strumento di prevaricazione senza orgoglio, senza dignità. L’armonia è squarciata, lo spazio superato, e l’ubris diventa tracotanza moderna dove l’uomo, utilizzando le parole dell’ inno apocalittico norreno (con richiami a Odino dio della guerra) arriva a sbeffeggiare l’Assoluto “da lontano scorgo il destino degli dei”. Quando la corda si spezza, il dubbio lascia spazio al pentimento e irrimediabilmente all’orrore e allo sgomento. I toni del soliloquio di Corradini accompagnano un epitafio di devastazione nella cui consapevolezza sono a messi a nudo lo spreco di ideali e di progresso che “giacciono morti stecchiti”.
La Natura torna ad essere menzionata nella sua accezione più chiara al termine della scena, in un quadro di informazioni contingenti che richiamano al bisogno forte e attuale di riflettere senza indugio sul Mondo che Vorremmo.
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